
FECERO LA COSTITUZIONE SENZA L’ASCIA
I deputati dell’Assemblea Costituente capirono profondamente che il metodo da utilizzare per redigere la Costituzione fosse quello dello spirito condiviso.
I deputati dell’Assemblea Costituente capirono profondamente che il metodo da utilizzare per redigere la Carta Costituzionale fosse quello dello spirito condiviso; si disse che la mattina si litigava per gli affari correnti, mentre di sera ci si concentrava, al caminetto, per redigere le regole che sarebbero valse per il futuro.
Il grande miracolo
Il grande miracolo che aveva assistito i padri costituenti fu proprio questo: la Carta che ne nacque fu un prezioso compromesso fra le tre fondamentali culture del XIX secolo, quella socialista, la cattolica e la liberale.
I contrasti ci furono eccome, ma mai logiche prevaricatrici: si pensi al serrato dibattito fra i sostenitori del regime parlamentare e di quello presidenzialista, alla stessa necessità, di recepire i patti lateranensi che regolamentarono il concordato fra Stato e Chiesa.
Come ha ricordato recentemente Stefano Rodotà non si sarebbe mai sognato il Presidente del Consiglio De Gasperi di discettare di questioni costituzionali dal banco del governo.
Citando Piero Calamandrei, Rodotà infatti ricorda che solo in una occasione De Gasperi parlò della Costituzione e lo fece dai banchi del Parlamento, non da quelli del Governo, che dovevano essere vuoti:
“Quando si discute di Costituzione e di diritti fondamentali, sostanzialmente dell’assetto istituzionale del Paese, si dovrebbe rispettare una regola non scritta: quella dell’adeguatezza. E’ qualcosa che riguarda anche l’atteggiamento del governo.
Se si cita Calamandrei, allora bisognerebbe ricordare quella sua frase sui banchi vuoti del governo, quando si discute di Costituzione: il governo non dovrebbe essere parte dell’indirizzo politico. Si dovrebbe invece cercare un terreno comune, perché la Costituzione rimane ed è la regola per tutti. Il governo dovrebbe tenere un atteggiamento tale da non condizionare le scelte”
(Intervista a Rodotà a cura di Angela Mauro Huffington Post).
Nonostante che De Gasperi avesse cacciato le sinistre dal Governo nel maggio 1947( il partito comunista e quello socialista nella crisi del suo terzo governo) non vi fu nessun contraccolpo durante i lavori della Costituente; la magia che pervase quei deputati era proprio quella di sentirsi come investiti dalla missione di redigere tavole di norme valevoli per la Repubblica del futuro, senza farsi condizionare dalle scelte politiche del momento e senza colorare di altri contenuti il dibattito in corso.
Scrive nel suo bellissimo libro Gianni Corbi- L’avventurosa nascita della Repubblica- Gli anni della Costituente da Parri al Patto Atlantico Rizzoli 1989 pag.152 e seguenti :
“Vista con gli occhi di oggi e tenendo conto della situazione generale dell’epoca, ci appare come un prodigio. Il 20 dicembre del 1947 tutto finalmente è pronto per il varo della Costituzione. Per arrivare in porto sono state necessarie 170 sedute, 1090 interventi da parte di 275 oratori, 44 appelli nominali,109 scrutini segreti, 1663 emendamenti presentati al progetto di Costituzione.
Meuccio Ruini, il gran coordinatore della commissione per la Costituzione, presenta al presidente dell’Assemblea, Umberto Terracini, “il testo coordinato”, preparato da un apposito comitato dei 18 che ha compiuto un lavoro minutissimo, d’intarsio e di intaglio, per cui i futuri ricercatori dei precedenti parlamentari, si potranno meravigliare del punto a cui si è giunti di formalismo e di pesatura, parola per parola sul bilancino dell’orafo. Per rendere più fluido e linguisticamente corretto il testo coordinato un comitato di esperti si mette all’opera: ne fanno parte il grande latinista Concetto Marchesi, un famoso scrittore Antonio Baldini ed un insigne critico letterario Pietro Pancrazi.
Nel pomeriggio del 22 dicembre 1947 Ruini consegna il testo con 139 articoli della nuova Costituzione al Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola. Quando tra poco voteremo, dice, il largo suffragio che daremo alla nostra Costituzione attesterà che, malgrado i dissensi e le lacerazioni, è scaturita dalle viscere profonde della nostra storia, la convergenza di tutti in una comune certezza: il sicuro avvenire della Repubblica italiana.
Le cronache parlamentari a questo punto registrano: l’Assemblea sorge in piedi, vivissimi , generali, prolungati applausi. Da una tribuna un gruppo di garibaldini intona l’inno di Mameli, ripreso dall’Assemblea e dal pubblico delle tribune. Poi il momento tanto atteso della votazione. Terracini con la sua voce un po’ cantilenante proclama il risultato. Presenti e votanti 515, maggioranza 258, voti favorevoli 453, voti contrari 62. L’Assemblea approva”.
In un lucido intervento tenuto l’11 marzo 1947 Togliatti ebbe a dire:
“Lo sforzo che vorrei fare all’inizio è quello di individuare quali sono i beni sostanziali che la Costituzione deve assicurare al popolo italiano, beni dai quali non si può prescindere.
Credo che questi beni siano tre: la libertà e il rispetto della sovranità popolare; l’unità politica e morale della Nazione; il progresso sociale legato all’avvento di una nuova classe dirigente.
Non abbiamo cercato un compromesso con mezzi deteriori: abbiamo fatto il possibile per approdare ad un’unità, di individuare quale poteva essere il terreno comune, sul quale potevano confluire correnti ideologiche e politiche diverse, ma un terreno comune che fosse abbastanza solido, perché si potesse costruire sopra di essa una Costituzione, cioè un regime nuovo, uno Stato nuovo per andare al di là anche di quelli che possono essere gli accordi contingenti dei singoli partiti, che costituiscono o possono costituire una maggioranza parlamentare”.
Quando si pone mano alla semina del terreno della riforma costituzionale bisogna essere cauti, circospetti, pensare che si sta delineando un processo delicato nel quale devono trovare diritto di cittadinanza anche le minoranze, le esigenze dei piccoli partiti, che comunque rappresentano la Nazione. Bisogna muoversi ascoltando le ragioni dell’altro, giungere alla costruzione di un reticolato di un recinto che comprenda tutti, nessun escluso. Ai tempi della Costituente Piero Calamandrei veniva ascoltato da tutti, attesa la sua profonda intelligenza di raffinato giurista e di grande uomo di cultura, eppure non faceva parte di un partito di massa, ma del Partito di azione che non contava neppure il 5%.
Ha scritto Ezio Mauro:
“La semplificazione assoluta della politica è stata inventata da Renzi. Arrivata alla sua forma estrema, nella logica propria del referendum la riduzione di un discorso politico alla scelta basica tra un Sì ed un No, senza sfumature, quella semplificazione si è sbizzarrita, disarcionando il suo cavaliere e gettandolo a terra sconfitto, senza rimedio. Il Presidente del Consiglio ha materializzato lo scontro, incautamente. Una riforma della Costituzione è cosa complessa che va spiegata con pazienza, nella sua logica e nella sua tecnica….
Ha preso l’aspetto di un mezzo colpo d’ascia, senza la costruzione di un paesaggio culturale storico ed istituzionale, che trasmettesse la sensazione di una modernizzazione governata del sistema, di una riforma rispettosa della cornice costituzionale, nella quale inserire un principio di innovazione coerente….La riforma è diventata addirittura una prova di colpo di Stato, di gesto tirannico, di autoritarismo….
E’ scattata l’ordalia mortale ed il referendum si è trasformato in un plebiscito a favore o contro Renzi. E qui c’è il peccato capitale, non aver creduto nella politica , ma nel rapporto di forza.
Non aver capito che l’ordalia compiva il miracolo di coalizzare l’incoalizzabile.
Non aver compreso che solo dando un’anima politica al corpo scomposto della riforma, si sarebbero selezionati i consensi ed i dissensi su un asse riconoscibile e trasparente, evitando una sommatoria indistinta. Qui c’è il limite maggiore di Renzi: pensare che la politica sia di volta in volta, forza, istinto, tecnica , coraggio; ciò che certamente è, ma non cultura
(La Repubblica Il populismo del potere Martedì 6 dicembre).
Ha scritto Ernesto Galli Della Loggia:
“Ad una conferenza stampa o ad una riunione di responsabili acquisiti di una catena di supermercati si può comunicare all’uditorio attraverso le slide: ad una massa di cittadini elettori no. Di un discorso complesso la gente comune può capire spesso la metà; ma capisce che se le si rivolge in quel modo significa che la si tiene in considerazione, che la si ritiene importante.
Renzi non hai mai parlato al paese in un modo “alto” ed “eloquente”, starei per dire in modo serio. La sola cifra di serietà del suo discorso è stata quella del sarcasmo: non proprio l’ideale, come si capisce, per suscitare simpatia. Per il resto la sua irresistibile propensione al tono leggero ed alla battuta, ne hanno inevitabilmente diminuito la statura politica”
( Corriere della sera” Martedì 6.12.2016, Le cinque ragioni di una sconfitta).

Come ha scritto Salvatore Settis non si può cambiare la Costituzione con un esigua maggioranza.
“Il partito della Costituzione” ha dato una grande prova di stabilità: rifiuta modifiche estese e confuse, senza un afflato unificante di un disegno condiviso.
Esso è per sua natura un partito trasversale, come lo fu la maggioranza che varò la Costituzione, che andava da Croce a De Gasperi, Nenni, Calamandrei, Togliatti.
L’asprezza delle discussioni non di rado portò a scontrarsi duramente, senza tuttavia mai abdicare al rispetto dell’avversario:
la battaglia a cui nessuno si sottrasse. Allo stesso modo, nessuno si sottrasse alla responsabilità e all’impegno assunto di fronte al paese, di portare al termine il lavoro, pensare alla Repubblica, alla sua Carta costituzionale.”
Quell’impegno non venne meno neanche quando, nel maggio 1947, De Gasperi formò nuovo governo senza la presenza di comunisti e socialisti.
Neanche quest’evento dirompente, bollato da Togliatti come colpo di Stato, incise sull’andamento dei lavori.
Le varie forze politiche , che insieme avevano operato per restituire all’Italia la Democrazia dando prova di grande saggezza, conservarono lo spirito di collaborazione necessario a portare a compimento il mandato che il paese aveva loro affidato. Si sentivano impegnate a redigere la Carta fondamentale del nuovo Stato, in modo tale che tutti gli italiani, indipendentemente dai loro orientamenti e condizioni, vi si riconoscessero.
(Carlo Azzeglio Ciampi- Un paese diverso: qualche considerazione a margine rileggendo Calamandrei in Chiarezza nella Costituzione Edizione di Storia e letteratura)
Proprio Calamandrei ha sempre difeso, con il cuore e con lo spirito, il diritto delle minoranze:
”Ho sempre sostenuto che per preparare il testo di una nuova Costituzione democratica sia più opportuno e più prudente muovere dal punto di vista della minoranza; non mi è difficile dato il partito al quale appartengo. Ciò è indispensabile sempre per difendere le garanzie costituzionali, perché la maggioranza di oggi può diventare minoranza domani. La Costituzione deve guardare lontano. Secondo me è un errore formulare gli articoli della Costituzione con lo sguardo fisso agli eventi vicini, agli eventi appassionanti, alle amarezze, agli urti, alle preoccupazioni elettorali nell’immediato avvenire, in mezzo alle quali molti dei componenti di questa assemblea già vivono. La Costituzione deve essere presbite, deve vedere lontano, non essere miope (Piero Calamandrei-Discorso pronunciato all’assemblea del 4 Marzo 1947 in Piero Calamandrei- Chiarezza nella Costituzione-edizione di storia e letteratura 2012).
L’ascia per riformare la Costituzione va sotterrata. L’ordalia non vale più.